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Lettera Quacchera

notiziario dell'Associazione religiosa degli Amici (Quaccheri)

n.34, luglio-dicembre 2000

Gli appuntamenti degli Amici


I M P O R T A N T E !

«Il silenzio e la prassi degli Amici» 2 - 3 dicembre 2000

Su questo tema ci troveremo a Ca' Fornelletti, Valeggio sul Mincio, dalle 11 di sabato 2 dicembre a domenica 3 dicembre pomeriggio. Sarà una buon occasione per conoscere meglio la nostra Società (molti vorrebbero saperne di più) vivendo insieme momenti di silenzio, di condivisione, di studio. Riferirsi, per prenotare e avere tutte le informazioni, a Franco Perna, v.Monte Tapino 6, 25080 Padenghe sul Garda (BS), 030 9907428, entro metà novembre.


In occasione dell'Assemblea triennale della federazione delle chiese evangeliche in Italia, abbiamo inviato il seguente messaggio (P.C.B):

Caro pastore Tomasetto,

La ringrazio vivamente per l'invito a presenziare alla Assemblea triennale della Federazione delle chiese evangeliche in Italia.
Purtroppo non riesco a conciliare vari impegni già assunti con la mia presenza all'Assemblea. Me ne dispiace e me ne scuso.

Desidero fortemente dire ai partecipanti che i Quaccheri italiani sono vicini alla minoranza evangelica italiana in questo momento per molti versi difficile per la testimonianza cristiana.

I Quaccheri in Italia sono meno delle dita di due mani (forse una mano basta). Ma c'è anche un piccolo notiziario, «Lettera Quacchera»). L'essere minoranza, piccola minoranza, quasi nulla, non ci impedisce, anzi, ci rafforza: la profezia è sempre stata solitaria, e qui la debolezza si trasforma in forza.

La testimonianza della nostra piccola Società è già nel suo nome: Società di coloro che Gesù chiama «non più servi, ma amici» (Gv 15, 15), in forza della «conoscenza» che egli ha voluto comunicare loro.

La nostra testimonianza è nel culto in spirito e verità, attraverso il silenzio.

Personalmente poi, nella prassi, seguendo una lunga tradizione dei Quaccheri, cerchiamo di operare in carcere tra i detenuti stranieri, soprattutto mussulmani, senza proselitismo: la semplicità dei nostri convincimenti, l'amore per le culture «altre», soprattutto la fede nella «luce che illumina ogni uomo» rende qui più facile il nostro lavoro. «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce, su coloro che abitavano in terra tenebrosa un luce rifulse» (Isaia 9, 2): questa è la visione in cui speriamo, e in cui già siamo.


«La luce che illumina ogni uomo» (Gv 1,9)

è il titolo di una riflessione di Enrico Peyretti che sarà pubblicata su «Il foglio», «mensile di alcuni cristiani torinesi» (le circostanze sono spiegate all'inizio). Abbiamo pensato di ospitarla anche su LQ, con la nostra breve replica perché è importante non solo «ragionare insieme» con chi non ha la nostra opinione (un bel motto quacchero: «Come now, let us reason together»), ma anche cercare di capire come atteggiarci dinanzi alla realtà del cattolicesimo.

Il quaccherismo nasce in seno al protestantesimo calvinista e puritano. Ne fa propria l'istanza critica e ne estremizza la «protesta» contro ogni esteriorità e ogni «idolatria», concentrandosi sul «Cristo interiore», sulla «luce interiore» Proprio questa convinzione fondamentale porta però ad una impossibilità di essere setta. Siamo piuttosto una minoranza «mistica», che, mentre spinge il suo sguardo oltre dogma e rito, non può, proprio in forza di questa convinzione, escludere la luce altrove. Anche al limite, nella cosiddetta idolatria? Anche. Sebbene siano protesi verso la conoscenza (Gv 15, 15), sebbene si trovino a loro agio solo nel vuoto e nel silenzio, come la condizione più prossima all'adorazione in spirito e verità, sebbene per conto loro gli Amici ne facciano l'uso più ristretto possibile, sanno che i simboli e miti sono necessari (si pensi all'India, che è tuttora «idolatra», o alla religiosità mediterranea, di cui tanta parte è passata nel cattolicesimo). La condanna biblica investe, più che il simbolo in sé, il servizio dell'idolo, cioè la dedizione spirituale e morale al simbolo e al mito, e soprattutto l'uso politico, da parte del potere religioso e politico. Ciascuno adori ciò che gli pare, ma esamini se stesso, se in questo sia libero o servo.

Peyretti

In uno dei campi estivi del Mir-Mn (Movimento della Riconciliazione -Movimento Nonviolento), a Malles (BZ), dopo il lavoro manuale, abbiamo studiato con Pier Cesare Bori il movimento dei Quaccheri. Queste sono alcune mie riflessioni a tale proposito.

La Società degli Amici (detti dall'inizio i «quaccheri», tremolanti, per deriderli) - da non confondere con gli Amish! - è un movimento cristiano sorto in Inghilterra nei '600 per opera di George Fox. Da tre secoli e mezzo, gli Amici vivono una spiritualità evangelica interiore e molto essenziale, rifiutano le chiese storiche e ogni ministero ecclesiale, si radunano in culto silenzioso, decidono all'unanimità. Attraverso il loro impegno sociale, specialmente a servizio degli ultimi e respinti, come i carcerati, e il pacifismo nonviolento, vogliono testimoniare la praticabilità dei comandamenti più radicali del Vangelo.

Caro Pier Cesare,

dopo le letture e i colloqui dei giorni scorsi intorno alla Società religiosa degli Amici, i cosiddetti Quaccheri, del cui cammino spirituale tu ci hai parlato con tanta intensità, desidero comunicarti qualche mia riflessione. Avrò da fare anche considerazioni critiche, o perplesse, ma anzitutto voglio dirti che ho riconosciuto e gustato con gioia i grandi valori spirituali e cristiani di questa via, che voi attingete dal vangelo di Giovanni: l'adorazione in spirito e verità, la luce che illumina ogni uomo, l'essere amici e non servi di Gesù, il culto fatto di silenzio-attesa e di libera e sobria espressione dello Spirito presente in noi. La vostra via religiosa è libera da riti e gerarchie, e voi la ritenete perciò, tra tutte le forme cristiane, la più fedele a Gesù, che fu ucciso per avere criticato e profondamente innovato la religione rituale e autoritaria del suo popolo, che non tradì, ma compì. Per voi, poiché il Messia è veramente venuto, la redenzione è avvenuta, e dunque si può vivere nella libertà dello spirito, realizzando e godendo la condizione paradisiaca del nuovo Adamo. Il vostro metodo di preghiera, o comunque di ascolto della luce interiore, nel silenzio attento, è impegnativo e affascinante. Una mia prima perplessità nasce dal fatto che il «già» della redenzione mi sembra inestricabile, nell'esistenza reale, dal «non ancora» della nostra condizione di viatores, come si diceva un tempo. Ciò non toglie nulla alla verità della redenzione, ma soltanto ne considera la storicità, il nostro entrarvi gradualmente. La condizione di unione mistica è di alcuni, o di alcuni momenti, non è la situazione stabile, neppure per i grandi mistici, che conoscono anche l'esperienza dello smarrimento nel buio, che anche George Fox, il primo dei quaccheri, conobbe. Siamo chiamati alla mistica, ma siamo nel tempo dell'etica e dell'apprendimento. Siamo nel cammino, non nell'arrivo, nel tempo del lavoro, non della raccolta finale. Secondo uno schema classico dell'elevazione umana a Dio, che anche tu hai ricordato, c'è il grado della disciplina, quello dell'intelletto, infine quello dell'unione: l'etica e l'ascetica, la dottrina, non sono tappe di cui si possa proporre lo scavalcamento, o che si possano dare per compiute, o soltanto inutili, in una proposta generale, rivolta a tutti. Altrimenti, la proposta degli Amici è per pochi dotati, coi rischi di ogni simile posizione.

Voi affermate il ministero profetico di tutti, uguale, senza gerarchie, ma poi avete bisogno di chi dirige con un certo polso le assemblee, dei fratelli anziani (presbiteri), di alcuni supervisori (episcopi), di alcuni amici che hanno un peso morale riconosciuto nella comunità. Nel quotidiano, la mistica ritorna religione. La chiesa si chiama «assemblea», con parola che ha lo stesso significato. Non mi scandalizzo, è realismo e utilità generale. Tra gli autori che abbiamo letto, Caroline Stephen parla di «completa sufficienza dell'individuo» nella comunicazione con Dio. E, nella conversazione, ho sentito dire: la chiesa non è necessaria. Ora, se si intende una necessità assoluta, una interposizione come sbarramento doganale tra Dio e la persona umana, ciò è molto vero, perché va negata ad ogni chiesa la padronanza sulla nostra vita religiosa. Ma se si intende quella necessità che è la società umana per ogni vita umana, allora anche la chiesa, la comunità dei credenti, è necessaria alla nostra vita religiosa. Come è necessaria l'amicizia, benché ogni persona sia già un valore pieno.

Hai parlato di «terzo cristianesimo», pneumatocentrico, dopo quello ecclesiocentrico cattolico e ortodosso, e quello bibliocentrico protestante. Questa intuizione, o vocazione, è immensamente preziosa. Guai se scomparisse tra i cristiani. Essa si ripresenta sempre, per grazia di Dio, da Giovanni evangelista, a Gioachino da Fiore, giù giù nel tempo, nell'attesa, talora nella breve comparsa, della «nuova Pentecoste». Si ripresenta anche in conflitto con le altre forme, ma non si deve temere né soffocare questo conflitto, che è vitale. Si deve viverlo senza violenza né offesa reciproca (che certo voi non commettete, anche se forse vi sentite la forma più vera): cattolici, ortodossi, protestanti, religione del Padre, del Figlio, dello Spirito, forse sono facce insopprimibili di questa problematica e zoppicante sequela di Cristo che è il cosiddetto cristianesimo. L'esperienza degli Amici nasce storicamente nella modernità, nell'età del soggettivo, della libertà individuale, della democrazia formalmente egualitaria, e si sviluppa nelle aree culturali anglosassoni in cui queste forme si sono più sviluppate. Nel quaccherismo il senso dell'individuo prevale su quello della comunità, avete detto, anche se non c'è culto quacchero individuale, ma solo insieme. La struttura culturale europea, a detta di molti studiosi, ha invece il primato della socialità sulla individualità, sebbene oggi sia fortemente influenzata e modificata dalla cultura anglo-statunitense. Ciò spiegherebbe forse, insieme alla pesante tradizione cattolica, che non ne sarebbe l'unica causa, la mancata comprensione dello spirito quacchero in Europa e specialmente in Italia, che ti rattrista.

Io considero molto positivo, quando non si fa organicista e servile, il senso comunitario. Questo è oggi un (debole?) argine culturale al liberismo individualista, che appare come economico, ma è anche o soprattutto etico, e dilaga, producendo una competizione violenta mondiale dei forti tra loro e contro i deboli, o almeno un modello di indifferenza pratica verso i deboli, incapaci di competere.

Ma i quaccheri, che hanno il vangelo nella loro origine, non sono liberisti etici. Il loro impegno sociale, per la giustizia e la pace, in modi silenziosi, non è inferiore al loro impegno spirituale. La luce in ogni uomo. Tenerezza e bontà crescono in chi ne prende coscienza. Ma abbiamo anche oscurità, durezza e cattiveria, o semplici malumori, risentimenti, astiosità, collere, orgogli, insomma violenze, che bastano a guastare tanta parte della vita, e far soffrire, e tener lontano il paradiso. Anche chi vuole la pace e si spende davvero per costruirla, riconosce di non averla ancora, e per questo la cerca, e più lo riconosce più veramente la cerca. Io sono nonviolento perché sono violento. Quella luce c'è davvero, ma è appello, guida nel cammino, non uno stato raggiunto.

La Bibbia si dà per letta, hai detto. Non è al centro del culto. Ci si pone nello stesso Spirito che ha prodotto la Scrittura, per viverla. Lo dice anche Gregorio Magno: «Se non avessimo la Scrittura potremmo scriverla noi» (Hom. X in Ezechielem, lib. I,; PL XXVI, 887 C), come ricorda padre Benedetto Calati (Sapienza monastica, Roma 1994, p. 189). Benissimo.

Ma il popolo è denutrito di Bibbia, e di ogni grande parola della spiritualità umana. È ingozzato da parole senza vita, è sommerso da fiumi di fragorose parole vuote, del commercio, del potere, della menzogna. Non si può dare per letta la Bibbia, ed ogni grande scrittura o tradizione, se non per una élite che, al limite, si disinteressa dei poveri spiritualmente. La luce che è in ciascuno brilla se è scaldata dalle luci che incontra, che la accompagnano, la incoraggiano, la difendono e la proteggono.

So bene che tu personalmente, che la Bibbia l'hai digerita e continui a nutrirtene, sei a servizio dei più poveri, in questo cammino tra le luci più belle della ricerca umana, perché sai, come George Fox, che la gloria di Dio risplende nel carcere. Ma il metodo di porsi al di là del libro sacro, delle parole spirituali, non comporta di abbandonare il popolo nella carestia spirituale?

Il grande pieno rispetto della libertà spirituale personale porta il quaccherismo ad articolarsi e differenziarsi, con divaricazioni notevoli. C'è il ramo europeo, più fedele all'ispirazione religiosa cristiana di Fox; c'è il ramo «programmato», negli Usa, che ha comunità organizzate con pastori e chiese; c'è un ramo evangelico-missionario, diffuso dagli Usa in vari continenti. C'è una corrente cristocentrica, una fondata sulla Bibbia, una «universalista» che accoglie musulmani, buddhisti, anche atei, ed è quasi prevalente. In Europa tanti quaccheri non sono cristiani, ma «filosofici». Gli Amici non hanno un Credo. Insistono su Cristo vivente, sulla luce interiore. La quale, però, per alcuni è Cristo, per altri no. La loro origine storica è cristiano-biblica, ma oggi è impossibile dire cosa credono. È importante la fides qua (l'atto di credere, la tensione), mentre, come tu hai detto, non ti appartengono più i contenuti, la fides quae. Non avere un Credo comporta l'assenza di esclusioni, di scomuniche. Questo dà una grande ampiezza spirituale, ed è bello e accogliente.

Eppure, per la maggior parte delle persone in ricerca di Dio, temo che si risolva in un dissolvimento. La fede che non si esprime in credenze può restare vaga e inefficace, secondo Raimon Panikkar. Questa fede, costitutivo antropologico, non è altro che la luce che illumina ogni uomo. Senza una espressione concettuale e verbale (non parlo delle eccessive fissazioni dogmatiche), essa può, per i più, svanire, restare auto-centrata, non trovare un riferimento oggettivo, un'alterità, che è condizione perché la fede sia relazione, risposta, quindi vita. Se i gradi del cammino spirituale sono disciplina, intelletto, unione, non possiamo scavalcare il passo dell'intelletto, del conoscere, del «dire», con tutti i rischi, ciò che pensiamo e crediamo. Non possiamo ritenere di essere arrivati, e non camminare più con chi sale i primi gradini, dove in realtà ricadiamo tutti, almeno qualche volta. L'esigenza grande di correre e stare nell'unione col divino non può realizzarsi per tutti, né per tanti, col dimenticare i primi passi.

Voi spogliate la religione da riti, gerarchie, strutture, parole. Ed avete molte buone ragioni. Il fascino degli Amici è questo silenzio vivo, la presenza parlante nell'invisibile. Eppure. Abolire anche ogni festa, anche quel grande valore di civiltà, che è lo shabbat ebraico e i suoi sviluppi, mi sembra, al limite, una perdita, un danno, perché la festa è un respiro necessario allo spirito, come il silenzio. Anche se tutti i giorni hanno valore, e non c'è giorno sacro e giorno profano. Tanto è vero che la festa rinasce pure tra voi in momenti del giorno, in alcuni giorni tra gli altri, spontaneamente. Ma anche la memoria di giorni grandi (Pasqua, Pentecoste, o, al contrario, Hiroshima) a mio parere non deve sfuggirci, deve segnare e qualificare il nostro scorrere nel tempo. Così, mi sembra una perdita l'abbandono di ogni formula di preghiera, compreso il Padre nostro, suggerito dalla sapienza di Gesù. Anche nel coro universale delle voci oranti nei secoli c'è lo Spirito. Di fatto, dove gli Amici sono più presenti nella società civile, hanno quei riconoscimenti che in altre società hanno le religioni più strutturate: per esempio il riconoscimento civile del matrimonio in Inghilterra, come avviene per il matrimonio cattolico in Italia. Anche forme rituali classiche di tutte le religioni, come il pellegrinaggio, si trovano in certe correnti quacchere, come il pellegrinaggio alla casa di George Fox. Nulla di male, anzi.

Ciò dimostra quello che cercavo di dire: quando gli Amici diventano più numerosi, ritrovano le esigenze anche umili e popolari di ogni religione, senza perdere il loro specifico carisma. Il vostro rifiuto di tutti i sacramenti, anche di battesimo ed eucaristia, si basa, se ho ben capito, su Galati 6,15. Ma Paolo ha parlato altrove di battesimo, e di eucaristia. Perché scegliere solo una parola, e perdere di vista la complessità? Così, voi privilegiate il vangelo di Giovanni. Fino a non ascoltare gli altri? E nello stesso Giovanni cogliete (soltanto?) alcune grandissime parole. Giovanni non ha la cena, ma ha ampiamente il discorso sul pane di vita. E c'è pure il capitolo 21, dove Gesù conferisce a Pietro un (diciamo così) «primato» pastorale, sulla base del maggiore amore che gli chiede. È importante quel dialogo: per due volte Gesù gli chiede un amore-agàpe, e Pietro gli assicura solo l'amore-filìa; la terza volta Gesù gli chiede soltanto amore-filìa. Gesù chiama in alto, ma scende in basso. È vero che la sua esigenza è grande. È grande anche la sua condiscendenza. La chiesa cattolica, le chiese, sbagliano eccedendo a volte in un senso, a volte nell'altro. Ma sono due, non una sola, le direzioni sbagliate. Lo spogliamento della religione, che vi caratterizza, è una esigenza seria, che riconosco e ammiro. Ne temo anche i pericoli. Dice l'esperienza che, per esempio tra gli immigrati sradicati, oppure in ambienti distruttivi come il carcere, quelli che hanno riferimenti più solidi e una pratica religiosa, cristiana o islamica, anche molto strutturata, resistono meglio. La religione, con tutti i suoi pesi e difetti, garantisce la sopravvivenza spirituale dove questa è minacciata da forze peggiori. I più poveri e indifesi hanno bisogno di religione. Soltanto dopo, quando saranno più forti, potranno superarla. Nella nostra conversazione, abbiamo toccato qualche tema dell'etica, soprattutto riguardo alla pace e alla nonviolenza, caratteristiche dei quaccheri. Nessun essere umano può essere offeso, o lasciato solo nell'offesa da lui subita o compiuta, perché la luce che illumina ogni uomo è in lui, anche se coperta dall'umiliazione o persino dal suo comportamento malvagio. Da qui, la nonviolenza. Il movimento variegato per la pace conosce troppo poco questa spiritualità della pace, che meriterebbe maggiore illustrazione.

Sul punto del matrimonio, a quanto ho capito, la promessa degli sposi davanti agli Amici non è «per sempre» ma «fin quando Dio ci aiuta». È un ammonimento per l'assoluta intransigenza cattolica. Eppure, una religione mistica, di alte esigenze spirituali, non fa con ciò una concessione anticipata alla «durezza dei cuori»?

Le mie sono domande, non conclusioni. Ho sentito cose molto belle sulla preghiera, leggendo Thomas Kelly, e Mary Pennington. Di quest'ultima ho udito un brano: «Ogni verità è un'ombra eccetto la più alta, eppure ogni verità è una sostanza al suo posto, e ogni ombra è una vera ombra, e ogni verità è una vera verità». Ci vedo la relatività senza scetticismo, la passione del vero senza fanatismo, che sono valori rari. Da grandi maestri del nostro tempo imparo che la verità non è nelle teorie mentali, ma nella relazione agli altri, non è metafisica, ma etica. La vostra mistica si manifesta vera nell'impegno sociale. Questo può salvarla dal pericolo di essere una religione mistica di pochi, dei forti.

Tante altre cose verrebbero da dire, sperando di non avervi inteso troppo male. Se così fosse, correggimi. L'ottimismo vostro, basato sulla luce che illumina ogni uomo, il vostro illuminismo religioso, richiama l'altro punto di vista, il senso tragico dell'esistenza, non meno vero. Cristo è «in agonia fino alla fine dei tempi», la redenzione è ancora inchiodata alla croce, senza pace. Già, e non ancora. Non ancora, e già. Due versanti del monte della salvezza.

Enrico Peyretti

peyretti@tiscalinet.it

Bori

Caro Enrico,

ti ringrazio per il tuo testo, che riflette accuratamente le nostre letture e le nostre discussioni della settimana trascorsa insieme. È la reazione più attenta e degna di considerazione che io abbia ricevuta dal tempo in cui - un po' meno di 10 anni fa - ho compiuto la scelta della Società religiosa degli Amici. Vorrei darti atto di questo, ed evitare di riprendere discussioni già fatte. Permettimi solo di replicare richiamando il nucleo della nostra posizione, da cui tutto dipende.

Il cristianesimo degli Amici è per me il tentativo più rigoroso, in epoca recente, di comprendere e vivere non solo le parole più radicali di Gesù sulla non resistenza al male, sul culto in spirito e verità ecc., ma anche e soprattutto il fatto cristiano semplicemente per ciò che significa: il Messia è venuto, il vecchio ordine è distrutto, la luce illumina ogni umano con la stessa oggettività e universalità con cui il peccato di Adamo oscurava ogni umano, il Paradiso è nuovamente aperto. Il silenzio nelle nostre assemblee in attesa della parola profetica, cui la stessa Bibbia è subordinata, la libertà dal rito e dalle gerarchie, il metodo delle decisioni, l'egualitarismo politico, la prassi pacifista, tutto è coerente con questo proposta (per cui è difficile mutuarne solo dei pezzi, senza snaturarla).

Questo tentativo rimane però tale, esposto alle obiezioni e in altre epoca alle persecuzioni delle grandi chiese, che con la loro saggezza e realismo hanno richiamato, come tu fai con finezza, il «non ancora», la dimensione storica, istituzionale, liturgica e comunitaria ecc. Il risultato è stato nel passato l'isolamento sino alla fossilizzazione, e tuttora la grande solitudine di chi sostiene questa scelta, tanto più in Italia.

Questa difficile scelta contiene tuttavia grandi risorse e promesse. Sul piano della prassi, c'è una straordinaria e antica tradizione (la più nota all'esterno) nel campo dell'educazione, del pacifismo, della presenza in carcere e nei luoghi più critici della società. Sul piano intellettuale c'è una chiara visione d'assieme della storia del cristianesimo, c'è un rapporto non ambiguo con l'ebraismo, c'è una comprensione dell'Islam nel suo nucleo profetico più profondo, c'è il facile incontro con le altre esperienze religiose, e c'è il peculiare illuminismo degli Amici che permette loro un bilinguismo originale, per cui nelle assemblee si parla sia la lingua della Bibbia sia quella della sapienza multiculturale. Sul piano spirituale, soprattutto, c'è la proposta degli Amici secondo cui agire è importante, capire è importante, ma è più importante ancora tacere, «tenersi in basso e attendere la luce».

Proprio con questo vorrei finire, ma devo aggiungere che la posizione degli Amici - a differenza da quella dei grandi sistemi politici e religiosi- contiene in sé un elemento di grande fiducia nella luce che è in ogni uomo. Questo impone di reagire al senso di solitudine cui ho accennato sopra. Nella prospettiva degli Amici, molte sono davvero le vie, compresa quella delle chiese di massa. L'elemento distintivo della via degli Amici non può essere l'esclusività della salvezza. E tuttavia... Rispondeva uno shaykh sufi, dinanzi ad un interlocutore che sosteneva l'equivalenza delle religioni: «Tutte le grandi religioni danno la pace interiore, ma non tutte danno la conoscenza». Appunto, ciò che trovo in più negli Amici è semmai un elemento di conoscenza e di libertà più grande: «non più servi, ma amici» (Gv 15, 15).

Pier Cesare


RUFUS M. JONES fu il massimo storico del movimento quacchero di cui propose una interprezione di tipo teologico «liberale» Fu per lungo tempo tempo professore a Haverford College. La pagine seguent viene da Finding the Trail of Life, (Trovare la traccia della vita, 1926, e poi 1954).

Le mie radici erano profondamente piantate nel sottosuolo quacchero, per molte generazioni ... La casa in cui giunsi era ammobiliata in maniera estremamente semplice. Ero lontano molte miglia da una qualunque città[nel Maine]; un freddo e ventoso inverno aveva raggiunto il suo apice, il 25 gennaio del 1863, non c'erano comodità, e pochi presupposti per quello che noi di solito chiamiamo cultura. Ma questi aspetti mi infastidivano poco. Non sapevo affatto che questo è un mondo di ineguaglianze e non prevedevo affatto la battaglia attraverso cui uno conquista quello che ha. Il solo fatto reale che posso riferire riguardo a queste prime ore mostra qual era la più alta ambizione della mia famiglia ... Appena mi trovai tra le braccia di mia zia Pace, la sorella più vecchia di mio padre, che viveva con noi - santa tra i santi di Dio- ebbe una «manifestazione»: altre ne aveva avute, perché aveva il dono della visione profetica. «Questo bambino - disse - un giorno testimonierà il messaggio dell'Evangelo in terre lontane e a popoli di là dal mare». Questo disse in modo solenne, con calma e convinzione, come se vedesse la piccola cosa improvvisamente dal suo grembo alzarsi, andare. ... La sua fede nel compimento di quella profezia non venne ami meno, perfino quando il ragazzo mostrava segni di fare tutto meno che realizzare quella speranza...

Mentre ero troppo giovane per avere una religione per me stesso, mi trovavo in una casa dove la religione manteneva la sua fiamme sempre accesa. Avevamo ben poca «roba», ma eravamo ricchi di un benessere invisibile. Non ero stato battezzato e «fatto cristiano» in una chiesa, ma ero asperso dalla mattina alla sera dalla rugiada della religione. Non consumammo mai un pasto che non cominciasse con un silenzio di ringraziamento; non cominciammo mai una giornata senza una «riunione di famiglia» in cui la mamma leggeva un capitolo della Bibbia, lettura seguita da silenzio intenso. Questi silenzi, durante i quali i bambini della mia famiglia erano fatti tacere in una sorta di timore reverenziale, segnarono significativamente il mio sviluppo spirituale. C'era lavoro dentro e fuori la casa che aspettava di essere fatto, eppure eccoci seduti in silenzio, quieti, senza far nulla. Scoprii ben presto che qualcosa di reale stava accadendo. Sentivamo aprirsi dentro la via che conduce laggiù, donde vengono le parole vive: e molto spesso venivano. Qualcuno rendeva onore a Dio e parlava con lui in maniera così semplice e tranquilla che lui non sembrava mai lontano. Le parole aiutavano a spiegare il silenzio. Stavamo trovando quello che cercavamo. Quando cominciai a pensare a Dio non ho mai pensato a lui come distante ... I miei primi passi nella religione furono dunque azioni. Era una religione che facevamo insieme.Quasi niente mi veniva detto come per istruirmi. Tutti ci riunivamo insieme per ascoltare Dio e poi uno di noi gli parlava per gli altri. In questi semplici modi la mia disposizione religiosa veniva inconsciamente formata e le radici della mia fede nelle realtà invisibili penetravano in profondità, al di sotto del mio modo di pensare ancora grezzo e infantile[18-22].


La nostra Via è il documento base del meeting di Bologna.


LQ è curata da Pier Cesare Bori.