Gli appuntamenti degli Amici in Italia sono i seguenti:
Il Gruppo di bolognese ha deciso di riconfermare la sua organizzazione,
e in particolare A. Guidotti nella sua funzione di segretario.
Il gruppo si propone di svolgere ogni IV domenica del mese un breve studio
biblico, dopo l'incontro silenzioso, dunque verso le 11.30, sotto la guida
di P.C. Bori.
"Conoscere i Quaccheri": nel quadro delle attività del MIR, presso Malles, in Alto Adige-Sud Tirolo, tra fine luglio e inizio agosto 2000, avrà luogo una settimana di studio e di lavoro dedicata ad un incontro con la "Società religiosa degli Amici". P. C. Bori e Franco Perna presenteranno la storia, la spiritualità, la prassi, l'organizzazione dei Quaccheri, nel corso di giornate scandite dai "meetings" silenziosi della tradizione quacchera. Informazioni più precise saranno date nel prossimo numero (a proposito di LQ ci scusiamo per il ritardo, dovuto ad impegni pressanti di chi redige la nostra "lettera". Cercheremo di fare meglio d'ora innanzi).
I Meetings degli Amici raccolgono oggi persone di diversa provenienza culturale e religiosa, e talvolta persone che hanno una ricerca spirituale, ma non propriamente cristiana e nemmeno religiosa: grazie al silenzio, all'assenza di professione di fede e di riti, si può cercare e stare tutti insieme, e questo è straordinario. Alle origini, a metà Seicento, però i Quaccheri costituivano un movimento profetico, caratterizzato da una originale lettura delle origini cristiane. George Fox affermava: "Di tutte le sette della cosiddetta cristianità che io ho potuto incontrare non ne trovai alcuna disposta ad ammettere che si debba giungere alla perfezione di Adamo, all'immagine di Dio e alla giustizia e alla santità in cui era Adamo prima della caduta, divenendo limpidi e puri senza peccato, come egli era" ( Journal, ed. Nickalls, p. 31 s.). George Fox criticava la dottrina ufficiale della chiesa, che diceva: "Le persone sono salvate da Cristo, dicono, ma mentre sei in vita non devi essere ancora libero dal peccato". Fox rispondeva: "È come se uno fosse schiavo in Turchia, incatenato a una nave, e venisse uno a riscattarlo per riportarlo nel suo paese; ma i turchi dicessero: 'Tu sei riscattato, ma mentre sei in vita non devi uscire dalla Turchia, e essere liberato dalla catena. Così voi siete riscattati, ma dovete portare un corpo di peccato e di morte e non potete andare alla casa del vostro padre Adamo prima della caduta, ma dovete vivere nella casa di Adamo nella caduta, finché vivete!' Ma, io dico, - replicava Fox - voi siete stati riscattati da Cristo. Gli è costato il suo sangue riscattare l'uomo dalla condizione in cui si trova, e sollevarlo alla condizione in cui l'uomo era prima della caduta; così Cristo divenne maledizione per portare l'uomo fuori della maledizione, e sopportò l'ira per portare l'uomo alla pace di Dio e alla condizione di Adamo prima della caduta; non solo, ma in quella condizione, in Cristo, in cui non ci sarà più caduta. Questa è la mia testimonianza, a ogni uomo sulla terra" (Ep. 222, del 1662).
La venuta del Messia, nella prospettiva degli Amici delle origini, la sua presenza nella comunità dei credenti veniva assunta in tutta la sua forza. Questo comportava la possibilità di una piena riassunzione della condizione creaturale originaria, e di un ritorno alla natura semplicemente umana. Ne deriva tuttora un modo diverso di intendere la fede, che non è un professare per simboli ma un modo di essere, e la speranza, che non è un protendersi verso un futuro, ma un dimorare ancorati nel presente. Questo prefigura un vivere insieme in cui la violenza non sia più padrona, un modo di amare in cui il corpo non sia scisso dall'anima, un modo di cercare la purezza che non significhi separazione, un modo di guardare alla bellezza non come ostacolo e come insidia, ma come grazia e come via.
Difficile sostenere che nei suoi tre secoli e mezzo di vita la Società degli Amici abbia sempre saputo vivere questo ideale. Molti fattori (anzitutto l'ostilità esterna, ma anche il suo farsi volontariamente da parte) le hanno impedito di crescere e di radicarsi altrove rispetto al mondo anglosassone, di farsi presente come reale possibilità tra le altre possibilità religiose. Ma certo il movimento degli Amici rappresenta tuttora una specifica modalità di interpretare nella vita il cristianesimo, una modalità che ne contiene l'espressione più intensa e al tempo stesso la formulazione più secolare e universale. Alcuni hanno detto, ironicamente, che forse il quaccherismo è il modo migliore per entrare, ma anche per uscire dal cristianesimo. Ma per noi proprio questo entrare/uscire, proprio questo andirivieni può essere la via per rimanere leali alla propria tradizione aprendosi alle tradizioni altrui, nella consapevolezza di vivere in un contesto multiculturale.
Di questa consapevolezza multiculturale l'autorità religiosa dominante nel paese, all'inizio del Giubileo, ma anche l'autorità civile hanno dato ben povera prova: a fine anno (nel periodo in cui si è celebrato il Kippur e il Ramadân, chi lo ha ricordato? ) ancora una volta sono state richiamate le nostre "radici cristiane e umanistiche" (F.A. Ciampi). Sono espressioni acritiche e stereotipe che offendono le minoranze religiose e culturali e dovrebbero infastidire tutti senza eccezione, se non si vivesse immersi nella ben nota micidiale miscela italiana di conformismo e di miscredenza.
P.C. B.
William Dewsbury (1621-1688) fu tra i primi Amici. Egli raccontava, nel 1655, della sua ricerca spirituale, e del suo incontro con la Bibbia.
Cominciai allora a leggere le Scritture e dei libri, e a lamentarmi e a pregare un Dio che non sapevo dove fosse... Dicevano che fosse sopra i cieli, in Cielo dicevano, ma sentivo la mano del Signore dentro di me, che faceva giustizia di quel che in me era malvagio. Ogni volta che mi volgevo a cercarlo sulla via delle osservanze [legalistiche], la spada di fuoco si volgeva a mostrarmi la via dell'albero della vita e correggendomi faceva giustizia di me. Piacque poi al Signore che i mie amici mi ordinassero di custodire le pecore; mi ritirai così dalla compagnia, così la mie mente sostava in una condizione dolorosa, e liberamente potevo effondermi nel lamento verso un Dio che non conoscevo... Non potevo trovare pace nel culto di Dio che il mondo aveva stabilito, come nel ricevere il pane e il vino, che - mi si diceva - erano il sigillo dell'alleanza... Allora non mi unii più a loro quando si cantava delle condizioni di Davide - quel che loro chiamavano Salmi - perché la luce nella mia coscienza mi mostrava il male nel mio cuore, e che non ero nella condizione di Davide (Quaker Faith and Practice 1995, 19.05).
Mary Penington (1625-1682) narrò le sue esperienze spirituali in un "Breve resoconto di alcune delle sue prove".
Il suo racconto inizia "Il primo brano della Scrittura che mi colpì fu "Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia". La "prova" fondamentale per Mary Penington fu costituita da un bisogno religioso così profondo da non potersi accontentare di nessuna formula di preghiera prestabilita, fosse pur il Padre nostro. "Oh, la pena che provavo a quel tempo! Per anni non ho mai osato inginocchiarmi a pregare, perché non potevo in verità chiamare Dio padre e non osavo prendermi gioco di lui o essere formale". Nelle ultime pagine Mary (di origine altolocata) esprime, alludendo al "Padre nostro", la gioia di avere trovato tra gli umili Amici risposta al suo bisogno spirituale "Questa condizione anche se umile, è dolce, poiché in essa ricevo il mio pane quotidiano e godo di ciò che Egli continuamente mi offre e non vivo se non grazie al soffio della vita che infonde in me ogni momento" (traduzione di Stefania Baccolini, che si è laureata nel dicembre 1999 con una tesi sull'"Autobiografia di Mary Penington").
Elizabeth Fry (1780-1845) ebbe un ruolo importante nella riforma del sistema carcerario inglese, nel solco di un interesse per la condizione penale e di una opposizione alla pena di morte che segna il movimento degli Amici sin dalle sue origini.
Di lei dice Priscilla Baxter, nel 1847: "Poteva sempre vedere speranza per ognuno: trovava sempre, o creava un poco di luce. I più abbandonati dovevano sentire che non disperava per loro, fosse per questo o per l'altro mondo. Era questo che la rendeva irresistibile "(Quaker Faith and Practice 1995, 23.49).
La sua vocazione, a 18 anni, è legata alle parole di Deborah Kerby, un'altra Amica, che le avrebbe detto, profetizzando "Sarai la luce dei ciechi, la voce dei muti e i piedi degli zoppi".
Ciò che è certo, è che Elizabeth scrive nel suo diario, il 3 settembre 1898: "Ho sentito che era arriva Deborah Kerby, così mi sono alzata. Durante la colazione sentivo che il mio cuore batteva forte forte. Quando abbiamo finito, lei ha parlato in modo chiaro e profondo. Primo, lei fa detto che Dio vuole conoscerci tutti e infatti ci conosce; secondo, Lui è il Padre della paternità e la Madre della maternità. Poi si è rivolta a me e mi ha invitato a dedicare la mia vita a Dio, questo avrebbe portato la pace nel mondo e la gloria divina si sarebbe riflessa sulla terra. Queste parole mi hanno commosso profondamente" (trad. di Lucia Lulik, che a sta lavorando ad una tesi su E. Fry).
Rufus M. Jones (1863-1948) esprime bene l'atteggiamento degli Amici verso
la Bibbia in un suo testo autobiografico.
... per quanto amassi intensamente la Bibbia e per quanto nei primi anni credessi che si dovesse prendere in modo letterale, debbo dire con riconoscenza di aver colto molto presto la fede e l'idea, insegnata da George Fox e da altri capi dei quaccheri, secondo cui Dio si rivela continuamente, e la verità non è qualche cosa di concluso, ma si dispiega con il procedere della vita. Nonostante il fatto di aver vissuto in una comunità nelle foreste in cui non erano penetrate idee moderne, e nonostante appartenessi a una famiglia intensamente evangelica, sono cresciuto, per quanto riguarda la Scrittura, con un atteggiamento di apertura. L'ho cercata, l'ho amata, e ho creduto in essa, ma non penso che Dio abbia cessato di parlare alla stirpe umana quando «l'amato discepolo» finì il suo ultimo libro nel Nuovo Testamento. Proprio il fatto che lo spirito di Dio potesse imprimere il suo pensiero e la sua volontà sui santi di un tempo, e lo avesse fatto, mi rendeva fiducioso che potesse continuare a farlo, e che, di conseguenza, una maggiore luce e verità potesse irradiarsi tra gli uomini nel nostro tempo e in quello futuro. Non posso essere abbastanza grato per il fatto che quel piccolo gruppo di fedeli che rese la Bibbia il mio libro vivente e mi aiutò a trovare e ad amare i suoi tesori, avesse anche una profondità spirituale sufficiente a darmi la chiave di una libertà più ampia che mi rese capace anche negli anni successivi di conservare la Bibbia come il mio libro, senza impedirmi nello stesso tempo di fare uso di tutto quello che la scienza e la storia avevano rivelato o potevano rivelare del lavoro creativo di Dio e del suo occuparsi degli uomini ( La società degli amici, Milano 1993, p. 156).
Pierre Ceresole (1879-1945), ingegnere svizzero, fondatore nel primo dopoguerra del Servizio Civile Internazionale e, verso la fine della sua vita, quacchero, disse alcune parole profonde (cfr. Gv 15,15: "non vi chiamo servi, ma amici..."):
Se mi permettete di avere Cristo semplicemente come amico, può divenire quello che voi chiamate Dio; se me lo imponete come Dio, non potrà diventare un amico (1920, la fonte è Quaker Faith and Practice 1995, 26.47; Anna Pizzirani si è laureata nel luglio 1999 sulla biografia di Ceresole).
In epoca di Ramadan è interessante leggere due testi di Al-Ghazâli, da Ihya' 'ulûm ad-dîn il capitolo sui "segreti del digiuno". Uno insiste sul digiuno come imitazione della sovranità di Dio sulla creazione: il fine del digiuno è "assumere una delle qualità divine, cioè la Signoria, ed imitare gli angeli". Un altro primo insiste sul carattere interiore del digiuno: si digiuna in coscienza (e così bisogna sempre agire, non per il riconoscimento altrui).
"Il digiuno, essendo astensione e rinuncia, è in se stesso un segreto, mancandovi azione che si possa vedere a differenza da tutte le azioni pie che sono esposte allo sguardo delle creature. Non vedendolo se non Iddio grande e potente, il digiuno è opera del tutto interiore attuantesi con mera pazienza" (trad. di L. Veccia Valieri; testi letti nel carcere "Dozza" ad alcuni detenuti musulmani da P.C. Bori nel dicembre 1999).
La sura 5 del Corano recita fra l'altro:
In verità Noi abbiamo rivelato la Torah,
che contiene retta via e luce,
con la quale giudicavano i profeti tutti dati da Dio fra i giudei,
e i maestri e i dottori con il libro di Dio,
di cui era stata loro la custodia e di cui erano testimoni [...]
E facemmo seguir loro Gesù, figlio di Maria,
a conferma della Torah rivelata prima di lui
e gli demmo il Vangelo
pieno di retta guida e di luce [...]
Giudichi dunque la gente del vangelo secondo quel che Iddio ha ivi rivelato [...]
E a te abbiamo rivelato il Libro secondo Verità,
a conferma delle Scritture rivelate prima, e a loro protezione.
Giudica dunque fra loro secondo quel che Dio ha rivelato
e non seguire i loro desideri a preferenza di quella verità che ti è giunta.
A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via (shir'a wa minhâj),
mentre, se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una comunità unica,
ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato.
Gareggiate dunque nelle opere buone,
ché a Dio tutti tornerete,
e allora Egli vi informerà di quello cose
per le quali ora siete in discordia (44-48).
Da questo, e da altri testi, derivano importanti conseguenze, da tenere presenti nel rapporto con l'Islam:
La nostra Via, il documento base del meeting di Bologna, approvato nel settembre 1998, è stato molto apprezzato dagli Amici fuori d'Italia: abbiamo notizie della traduzione in francese, inglese, tedesco e russo.
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