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Lettera Quacchera

notiziario dell'Associazione religiosa degli Amici

n.36, luglio-dicembre 2001

Gli appuntamenti degli Amici

Domenica 28 ottobre e domenica 23 dicembre 2001 la riunione silenziosa sarà seguita da un pranzo comune.

Guardiamo due avvenimenti che hanno segnato gli mesi legandoli insieme con una testimonianza di Susanna Thomas, la giovane studentessa quacchera che è stata imprigionata a Voghera per poco meno di un mese, in seguito ai fatti di Genova. La madre Cathy Thomas ci ha scritto il mercoledì 12 settembre:

"Ieri sera abbiamo avuto una riunione silenziosa. Anche le chiese presbiteriana e quella cattolica, vicino a noi, hanno avuto tenuto simili servizi. Qui il colpo è stato grave: dalla strada principale [di Summit, N.J.] si può vedere New York City e fino a ieri si scorgevano chiaramente le torri del W.T.C. Molti qui lavorano in città vicino al luogo del disastro. Fra questi, il marito di Arlene Johnson, segretaria del nostro meeting. Ci ha messo 8 ore per trovare il modo di uscire da New York City. Alla fine ha traversato a piedi il ponte sino a Brooklyn e ha dormito presso amici.

Durante il meeting silenzioso, qualcuno ha lanciato un messaggio, dicendo che un atto simile deve venire da un luogo di grande pena e disperazione. Mi sembra che siano stati presi di mira i simboli della ricchezza e del potere militare. Questo mi ricorda i messaggi di molta parte della protesta nonviolenta di Genova, che cercava una più giusta distribuzione delle risorse mondiali: se non vi fosse una tale enorme disparità forse la gente avrebbe più speranza nel futuro e non sarebbe indotta a tali terribili azioni.

Ora tutti preghiamo perché la risposta dei nostri capi e del nostro popolo sia saggia e misurata. Susanna ha scritto la seguente lettera per il giornale locale di Philadelphia: "

"Mi si dice che il 'Philadelphia Inquirer' vorrebbe ospitare un mio editoriale. Per quanto malvolentieri - già abbastanza attenzione si è puntata su di me - sento che gli eventi di oggi autorizzano una reazione da parte di una pacifista. Spero che questa dichiarazione possa essere di aiuto.

Salve, cari amici di Philadelphia,

Le tragedie di oggi colpiscono il mondo intero. È un giorno terribile. Alla luce degli eventi odierni, è più importante che mai difendere i valori che uniscono, piuttosto che quelli che dividono: la comunicazione il rispetto, la libertà di espressione e il diritto a riunirsi pacificamente. Credo che siano questi i valori su cui si basa ogni democrazia. Credo che la salvaguardia di questi valori possa consentire alla gente di esprimere le loro preoccupazioni e i loro punto di vista, senza sentire il bisogno di ricorrere alla violenza, alla distruzione o alla forza [...] Le persone direttamente responsabili degli attacchi - i dirottatori - sono già morti, con ogni probabilità. È tuttavia di vitale importanza non criminalizzare le pacifiche comunità islamiche nel mondo associando la loro fede a presunte attività terroristiche.

Ricordiamo il significato letterale della parola "Jihâd", che vuol dire lotta spirituale, la forza dell'anima. Ogni persona di fede conosce questa lotta.

È anche importante ricordare il significato letterale della parola "Salâm", su cui "Islam" di basa: questa parola vuol dire pace. Con pace e amore".

Susanna Thomas

Questa riflessione, nella sua semplicità e immediatezza, è importante perché viene dalla parte offesa, dalla parte "americana" (la Pennsylvania è legata indissolubilmente agli Amici); perché c'è un inizio di analisi delle cause sotto il profilo economico (la disparità) e psicologico-sociale (la disperazione come impossibilità di comunicare); perché articola la condanna della violenza terroristica e il rispetto della cultura e della religiose islamica, perché, nel chiedere una risposta "saggia e misurata" indica la linea da perseguire: legalità nel perseguire giudizialmente gli autori del crimine, rispetto dei diritti fondamentali.

Il riferimento all'Islâm e al jihâd richiederebbe un particolare approfondimento, ma appunto solo nella comunicazione e nel dialogo sarà possibile cercare con i credenti musulmani un chiarimento sul rapporto con la violenza che sia anche un impegno contro di questa.

Gli Amici di Bologna hanno trascorso due periodi di studio insieme in montagna, sull'Appennino bolognese, il 26-27 maggio e l'8-9 settembre si sono trovati sull'Appennino per due giorni di silenzio e di riflessione. Hamsa Eichler è stata gradita ospite. Al centro della riflessione, nella prima occasione è stata un riflessione sul "misticismo etico" degli Amici, sulla traccia di uno scritto di H. Brinton, e avendo presente l'insegnamento di A. Schweitzer.

Nel secondo caso è stato sviluppata da P.C. Bori una meditazione su "Gesù profeta". Ne presentiamo il testo, facendo seguire alcune riflessioni.

Gesù profeta

  Sulla mia strada metti, qua e là, trappole a mille,
Poi dici che aspetti il mio primo inciampo.
Non c'è atomo, al mondo, che non T'abbia a sovrano:
Fai tutto tu, poi dici che il ribelle sono io!
(Omar Khayyam, Robâ'yyât, 354, ed. Pierre Pascal)
  1. La ricerca su Gesù ha conosciuto un importante sviluppo, che James H. Charlesworth caratterizza come passaggio da una indagine a carattere prevalentemente teologico (che reagiva a sua volta a tendenze storico-critiche assai spinte) a una ricerca di carattere storico-antropologico, alimentata da nuove scoperte (Qumran, apocrifi, archeologia) e nuovi metodi. Non si può prescindere dai risultati di questa ricerca, consapevoli tuttavia di due rischi: a) La disattenzione ai contenuti storici particolari a favore di schemi più generali: il sistema religioso, il rito, l'iniziazione, la tipologia dei movimenti di protesta; b. la tendenza ad attribuire la maggior parte delle cose alla prima comunità, che "proietta" nel passato la sua esperienza attuale; occorre anche, caso per caso, prendere in seria considerazione il contrario, che cioè la comunità comprenda e sviluppi quel che dal passato "si proietta" sul suo presente e anzi lo fonda (è p.es. un appunto all'interessantissimo Destro-Pesce 2000).
  2. "Profeta" (seguo Vermès 2001, 103 ss.) appare "il titolo preferito" (ivi 117), tanto dagli altri - la folla, i persecutori, i discepoli - come da Gesù.
    1. Dagli altri. Di lui, all'inizio dell'attività in Galilea, ci si chiedeva se fosse il Battista, Elia, oppure un profeta (Mt 16, 14 par.), Erode in particolare (Mc 6, 14-16). Dopo la guarigione del figlio la vedova di Naim esclama: "Un grande profeta è sorto fra noi" (Lc 7, 16). Il fariseo invece dubita di lui: "Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca, una peccatrice" (Lc 7, 39). Nell'ingresso glorioso a Gerusalemme, la folla lo riconosce come il profeta di Nazareth di Galilea (Mt 21, 11 par.) mentre i sommi sacerdoti non osano arrestarlo perché temono la folla che lo considera un profeta (Mt 21, 46). Nel supplizio: "Dai profeta, chi ti ha colpito?" (Lc 22, 64). Nel dialogo tra i discepoli di Emmaus, prima di riconoscere il risorto: "Un profeta potente in opere e parole agli occhi di Dio e di tutto il popolo" (Lc 24, 19). Nella primissima predicazione di Pietro; "Il signore farà sorgere fra di voi un profeta come me in mezzo a voi..." (Atti 3, 22 che ricorda Dt 18, 15) e nella testimonianza di Stefano, 7, 37.
    2. Nella consapevolezza di Gesù stesso: "Non c'è profeta disprezzato se non nella sua patria e presso i suoi parenti e nella sua casa" (Mc 6, 4 par.). E, subito di seguito, egli esprime la coscienza di connettersi alla tradizione di Elia ed Eliseo: "c'erano molte vedove in Israele... al tempo di Elia... eppure a nessuna di esse fu mandato Elia, ma solo a una vedova di Sarepta nel territorio di Sidone. Anche al tempo di Eliseo c'erano molto lebbrosi in Israele, ma nessuno di essi fu guarito, ma solo Naaman il siro" (Lc 4, 25-27).
    Luca premette una scena iniziale: entra in sinagoga a Nazareth e legge la Bibbia, e aprendolo trova la profezia (in realtà un insieme di testi di Isaia): "Il Signore ha mandato il suo spirito su di me. Egli mi scelto per portare un lieto messaggio ai poveri" (Lc 4, 16-19). Ricordiamo anche: "Non è concepibile che un profeta muoia, fuori di Gerusalemme" (Lc 13, 33).
    Aggiungerei quel che segue, "Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti..., (fonte Q, Lc 13, 34 e Mt 23, 37). E forse anche la famosa, terribile parabola dei vignaioli (seguo Charlesworth 1994, 174 ss.).
  3. Il profetismo di Gesù si configura sulla linea della tradizione profetica ebraica. Potrei sintetizzare così:
    1. Il profeta parla in termini non argomentativi e generali, ma in un determinato momento storico nel nome (onoma), con l'autorità (exousìa), nella potenza (dynamis) di Dio,
    2. connettendosi alla catena delle precedenti testimonianze profetiche ("è stato detto, ma io vi dico...").
    3. Il profeta parla con parole che vanno oltre la cultura etico-religiosa vigente svolgendovi ruolo morale critico e costruttivo (si ricordi Geremia: " ...per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare", 1, 9 s.).
    4. Un ruolo critico volto a richiamare una concezione superiore della divinità, senza immagini, ignota nella sua natura, ma ben nota come volontà (Bori 1997)
    5. e a proporre un'etica che, al di là del ritualismo (vedi tuttavia Neher 1984), indica il vero culto - servizio - nella pratica di comandamenti,
    6. con una speciale attenzione e cura di quanti - il popolo, e le parti più deboli di questo - sarebbero scartati in una visione naturalistica e selettiva del processo storico (Theissen 1999),
    7. avvalorando con gesti taumaturgici e terapeutici la propria missione.
    8. Il profeta manifesta una speciale diffidenza verso le mediazioni del potere politico e religioso,
    9. e confida invece soprattutto nella potenza diretta e indifesa della parola affidata, e a rischio della propria vita.
  4. Geza Vermès, che vede in Gesù un profeta carismatico ( 107, come Honi e Hanina), sullo sfondo dell'attesa del profeta escatologico, cioè definitivo (sia come Elia redivivo, sia come "uno come Mosè": Dt 18, 15), alla fine del suo bel libro caratterizza la specificità del suo profetismo in questi termini.
    Secondo a nessuno nella profondità di intento e grandezza di carattere, egli è soprattutto un insuperabile maestro nel mettere a nudo il nucleo più intimo della verità spirituale e di riportare ogni questione all'essenza religiosa, la relazione esistenziale tra uomo e uomo, tra uomo e Dio. Si potrebbe aggiungere che egli si distingue tanto dai suoi contemporanei quanto dai profeti che l'aveva preceduto. I profeti parlava no a favore dei poveri onesti e difendevano orfani e vedove, oppressi e sfruttati dai malvagi ricchi e potenti. Gesù andò più in là, egli si pose concretamente tra i paria della sua terra, i disprezzati dai notabili. I peccatori furono suoi commensali e gli aborriti gabellieri e le prostitute suoi amici (Vermes 259).
    "Gesù andò più in là". Quando cominciò ad "andare più in là?" Ci fu una svolta nella vita di Gesù. Giovanni il Battezzatore era predicatore di una remissione di peccati fuori dal Tempio, profeta di un imminente rivolgimento e giudizio (apocalittica). Gesù - partecipa inizialmente a questo movimento ma poi cambia. Dopo una parentesi ascetica (la dimora nel deserto), lo vediamo tra la gente comune. In quel momento nasce il contrasto tra discepolato di Giovanni e appartenenza al Regno secondo Gesù (Crossan 1991, 259 s.):
    Un giorno i discepoli di Giovanni il Battezzatore e i farisei stavano facendo digiuno. Alcuni vennero da Gesù e gli domandarono: "Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei fanno digiuno, i tuoi discepoli invece non lo fanno?"
    Gesù rispose" Vi pare possibile che gli invitati a un banchetto di nozze se ne stiano senza mangiare mentre lo sposo è con loro? No. Per tutto il tempo che lo sposo è con loro, non possono digiunare. Verrà il tempo in cui lo sposo gli sarà portato via, e allora faranno digiuno" (Mc 2, 18-20 e par., cfr. Vangelo di Tommaso 104 ).
    Lo stesso tema, lo stesso contrasto appare in un altro testo in cui non solo l'"ascetismo apocalittico" di Giovanni e l'"aperta commensalità" di Gesù (Crossan, ivi) vengono posti in contrasto, ma Gesù si identifica con la Sapienza che "grida per le strade" (Prov. 1, 20; 8, 1 s.) e invita tutti al suo banchetto (ivi 9, 1-6):
    La sapienza ha costruito la sua casa, adornata con sette colonne.
    Ha ucciso gli animali, ha procurato il vino, ha preparato la sua tavola.
    Ha mandato le sue serve a fare gli invito
    dai punti più alti della città.
    Esse gridano: "Venite gente inesperta!"
    Agli ignoranti la sapienza dice:
    "Venite e mangiate il mio pane, bevete il vino da me preparato, se volete vivere felici non frequentate gli stolti e prendete la via dell'intelligenza"
    Ecco dunque questo testo (Lc 7, 31-35 = Mt 11, 16-19, fonte Q, cioè l'altica fonte di detti di Gesù, cui Matteo e Luca attingono):
    Gesù disse ancora: "A chi posso paragonare gli uomini dei nostri tempi? A chi sono simili? Essi sono come quei bambini seduti in piazza che gridano gli uni contro gli altri:
    'Vi abbiamo suonato con il flauto una musica allegra e non avete ballato vi abbiamo cantato una canto di dolore e non avete pianto'
    Così fate anche voi: è venuto Giovanni il battezzatore, che non mangia pane e non beve vino, e voi dite: 'È un indemoniato!'
    Poi è venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e voi dite: 'Ecco un mangione e un beone, amico degli agenti delle tasse e di altre persone di cattiva reputazione'.
    Ma la sapienza di Dio è riconosciuta dai suoi figli."
    E. Schlüsser Fiorenza 1990 commenta "Le più antiche tradizioni su Gesù vedono questo Dio dalla bontà misericordiosa in una 'Gestalt' (figura) femminile, come Sophìa (sapienza) divina. L'antichissimo detto 'Alla sapienza (Sophìa) è stata resa giustizia da tutti i suoi figli'" aveva probabilmente il suo ambiente vitale nella comunione di mensa di Gesù con i pubblicani, le prostitute e i peccatori" ( p. 158).
    È un invito riecheggiato dal famoso testo (probabilmente più tardo) intriso di richiami sapienziali: "Ti benedico a Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli...Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore... "(Mt 11, 25-29).
  5. Dunque, nella svolta di Gesù profeta, nella sua "andata verso il popolo", sorprendentemente si affaccia un altro modello, quello sapienziale, nel cui quadro Gesù suggerisce di comprendere la sua svolta. Ho cercato altrove di caratterizzare l'opposizione tra profetico e sapienziale, come due facce del discorso biblico: per parlare un po' schematicamente, da un lato c'è la profezia, in cui il profeta non si fonda su argomenti, ma enuncia "dall'alto" la volontà divina hic et nunc, senza generalizzazioni, dall'altro c'è il punto di vista sapienziale, che muove "dal basso", che argomenta dall'esperienza e da considerazioni universalmente condivisibili, almeno in potenza (Bori 1995, 38 s.). Quale può essere dunque l'argomento, il ragionamento implicito con cui la profezia di Gesù si fa sapienza? Nel suo nucleo, religioso, ma anche a suo modo razionale, questo "ragionamento profetico" consiste in una estremizzazione della contraddizione contenuta nel rapporto con la realtà ultima, quale l'esperienza di Israele l'aveva concepita, Da un lato, la radicalizzazione sino all'impossibile della richiesta morale. Ciascuno (non senza inevitabile disagio) ricorda il : "Siate perfetti (téleioi) come il Padre vostro", che sigilla la prima parte del Discorso della montagna, in cui Gesù si presenta come nuovo Mosè (si ricordi come Mosè chiedesse di essere tamîm, irreprensibili, in Dt 18, 13 s., che precede l'annuncio della venuta di un "profeta come me", v. 14). Dall'altro, un abbandono assoluto al Padre e Signore nella certezza che da lui tutto dipende: "Due passeri non valgono forse un soldo? Tuttavia nessuno di essi cade a terra senza che lo voglia il vostro padre. E anche tutti i capelli sul vostro capo sono contati" (Mt 10, 29 s.). È forse proprio da questa contraddizione che nasce, irresistibilmente, il risultato paradossale, per cui i piccoli, gli ignoranti, i poveri, quelle e quelle che non sono "perbene", gli ultimi, i "nessuno" sono oggettivamente i più disposti a capire come ragiona la profezia, e a entrare nel "Regno".
  6. Scrive Theissen:
    ...da una persona che richiede una fedeltà sessuale così assoluta come Gesù, e rifiuta ogni concessione, non ci aspettiamo che abbia contatti disinvolti con persone che contraddicono tali severe norme sessuali, e cioè con le prostitute. Eppure Gesù afferma: "I pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel Regno di Dio" (Mt 21, 31).
    Così Theissen (154), ma la sua spiegazione: la radicalizzazione rende tutti trasgressori e relativizza la norma, non è sufficiente. Il fatto è piuttosto che quando al "tu devi" sovrano corrisponde un effettivo "non posso" creaturale, questo "non potere" si trasforma di per sé in un appello irresistibile affinché il creatore se ne faccia carico,e la giustizia divenga grazia, Ecco "l'inesorabile misericordia" di cui parla Flannery O'Connor, alla fine del suo Il cielo dei violenti, ma prima ancora di lei, Paolo e Lutero.
    Basta aprirsi dunque a questa necessaria misericordia, e la vita è pienamente restituita, e il Regno di Dio è già qui ora (Sapienza ed escatologia coincidono, Crossan 287).
    Il banchetto è servito PER TUTTI: regno di tutti, "teocrazia dal basso" (J. Taubes), libertà.
    Trova risposta l'obiezione di Giobbe, e quella (futura) di Omar Khayyam (giacché la contraddizione è interna al ogni monoteismo).
  7. Perché il titolo "profeta" cade, nell'uso successivo? Gesù è presentato come più che profeta. Nell'episodio della trasfigurazione, in Rm 1, 2, Ef 2, 20, Ebrei 1, 1. Penso particolarmente a Gv 4, al climax "Vedo che sei un profeta" (v. 19)"So che deve venire il Messia"... "Sono io, che ti parlo" ( v. 26).
    La spiegazione che ricorre all'inflazione di pseudoprofeti all'epoca (Vermès 116), appare insufficiente. Occorre piuttosto pensare che la fine tragica di Gesù, e l'esperienza della sua presenza come risorto determinarono un forte spostamento dell'attenzione dalla profezia-sapienza alla sua persona stessa. Si vide nella persona stessa di Gesù - Paolo non cita mai l'insegnamento di Gesù - la più concreta realizzazione di quel "ragionamento profetico": l'impotenza umana, e la giustizia che si trasforma in misericordia nella persona stessa del Messia e Kyrios. Giovanni vide nella persona di Gesù la Sapienza-Parola eterna che si fa carne. Entrare nel Regno voleva allora dire aderire quasi fisicamente a questa vicenda e a questa persona. Paolo e Giovanni concordano, comprensibilmente, nell'insistere sull'importanza di questo "in" Cristo. Un processo che in alcuni secoli arrivò sino al dogma trinitario e cristologico appunto.
    Si posso trovare importanti ragioni a favore: Ma c'è una obiezione che vorrei enunciare nei termini proposti dall'episodio della Samaritana, Gv 4 (cui abbiamo dedicato, anni fa, un'ampia ricerca, In spirito e verità, 1996):
    "Adorazione in spirito e verità" vuol dire praticare il culto di Gesù?
    In questo caso, non sarebbe questo sarebbe un contravvenire all'universalismo di quello che ho chiamato il grande ragionamento profetico? Ovvero, il banchetto, non era per tutti?

31 agosto 2001 P.C. Bori

Bibliografia:
AA .VV. In spirito e verità. Letture di Giovanni 4, 23-24, EDB, Bologna 1996;
P.C. Bori, Per un consenso etico tra culture, 2a ed., Genova, Marietti, 1995;
id., Monoteismo ed ermeneutica: quattro tesi, in Anima e paura, Quodlibet, Macerata 1998, 69-77;
J.H. Charlesworth, Gesù nel giudaismo del suo tempo, tr. it. Claudiana, Torino 1994;
J.D. Crossan, The Historical Jesus. The Historical Jesus. The Life of a Mediterranean Jewish Peasant, Harper, San Francisco, 1991;
A. Destro-M. Pesce, Come nasce una religione. Antropologia ed esegesi nel Vangelo di Giovanni, Laterza, Bari 2000;
A. Neher, L'essenza del profetismo, tr. it. Marietti, Casale Monf.1984;
E. Schlüsser Fiorenza, In memoria di lei, tr. it., Claudiana, Torino 1990;
G. Theissen, La fede che cambia, tr. it., Claudiana, Torino 1999;
G. Vermès, Gesù l'ebreo, Borla, Roma 2001.

Secondo i primi Amici, Cristo è soprattutto profeta (con riferimento a Deut. 18, 15): "Cristo è venuto lui stesso a insegnare al suo popolo" (cfr. LQ precedente, con riferimento a L. Benson).

Questo, a nostro parere, non significa porre in primo piano l'insegnamento morale di Gesù , la sua "superiore giustizia" , e nemmeno la persona di Gesù come salvatore, celebrata nel culto.

Significa piuttosto che la comunità riunita (1 Cor 14) , nello stesso spirito di Gesù (Giov. 14-16), assume e rende attuale, hic et nunc, in modo sempre diverso e imprevedibile la prospettiva di Gesù: l'irresistibile agàpe, la misericordia che, sciogliendo la contraddizione tra la potenza e la giustizia divine, rende partecipi del regno coloro che erano esclusi e perduti. Partecipi del regno, anzi sovrani: la teocrazia si rovescia e si instaura con le beatitudini.

Tutta la tradizione biblica e coranica conosce questa soluzione (nella sura "Aprente" del Corano Dio è "clemente misericordioso" prima ancora di "signore dei mondi", e "sovrano nel giorno del giudizio"). La specificità cristiana - che spiega molti sviluppi successivi - è nella straordinaria immagine del Messia crocifisso che nella sua carne impersona la profezia dell' agàpe.

Porre tuttavia al centro dell'attenzione della comunità il messaggio morale, oppure la persona di Gesù come oggetto di culto, significa chiudersi in una comunità (fosse pure quacchera) invece prolungare il movimento della profezia verso il mondo.

Per questo tra i primi Amici Giov. 1, 8 era un testo così importante: "la luce che illumina ogni uomo".


LQ è curata da Pier Cesare Bori.